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Giornalisti&/Giornalismi

Ordine, botta e risposta Iacopino-Pivetta

Il presidente risponde alle "cronache marziane" del consigliere su quel che è accaduto nell'ultima seduta del Cnog, e Pivetta rilancia le sue critiche a Iacopino.

Redazione
giovedì 3 aprile 2014 12:08

Una seduta del Consiglio nazionale dell'Ordine all'hotel D'Azeglio, a Roma
Una seduta del Consiglio nazionale dell'Ordine all'hotel D'Azeglio, a Roma

Botta e risposta tra il presidente dell'Ordine dei giornalisti, Enzo Iacopino, e il consigliere nazionale di "Liberiamo l'informazione", Oreste Pivetta. Il primo risponde alle "cronache marziane" di Pivetta sull'ultima seduta del Consiglio nazionale: "Non ha capito, Rea non è stato escluso per il gioco infantile sul mio cognome, e non rispondono al vero le cose scritte sul codice deontologico". Ma Pivetta contro-replica: "Credo di aver capito benissimo". E rinnova le critiche a Iacopino su come gestisce il Consiglio e l'Ordine. Ma ecco le due lettere.

La replica di Iacopino.
Pivetta è un uomo sfortunato: le sedute del Consiglio sono registrate e danno conto di quel che ho detto, diverso da ciò che riferisce o che ha capito.

L'infantile giochino di Rea sul mio cognome non ha alcun collegamento sulla sua non presenza nella commissione (tanto è vero che tempo fa gli ho mandato un messaggio di auguri firmandolo Iago) che, su mia richiesta, cerca di riaprire il confronto sulla riforma.

Ho spiegato che non si possono insultare i pubblicisti e i loro "capi bastone", proporre di fare con loro - estranei al Consiglio - una commissione e aspettarsi che gli stessi siano contenti di sedersi attorno ad un tavolo con chi li insulta.
Alcuni di loro mi hanno detto no. Senza contare la mia contrarietà a delegare ad una commissione, composta in maggioranza da colleghi estranei al Cnog, un passaggio così delicato.

Nella discussione ho via via scoperto che non facevano o non fanno più parte della minoranza (sarà per questo che sono stati in 17 su 144 a votare contro quella commissione), prima Carlo Verna-Alberto Vitucci e Gianfranco Ricci ai quali ora si aggiungono Roberto Mastroianni e non so chi. Ma apprendo anche che non ne fa parte neanche il tesoriere Nicola Marini, il quale è stato membro attivo della delegazione che si è confrontata con il garante della privacy. E apprendo anche che sono stati ripudiati colleghi come Vittorio Roidi e Michele Urbano che hanno fornito all'esecutivo - assieme agli altri di un gruppo votato dal Cnog - preziosi consigli per argomentare al garante, nelle varie riunioni, l'indisponibilità ad accettare alcune proposte.

Il voto unanime di rifiuto della proposta? Che guaio le registrazioni. Nella mia introduzione, prima che venisse messo a punto il documento, avevo detto che c'erano cose "inaccettabili" e che da mesi lo avevamo detto allo stesso garante. Ma Pivetta immagino non fosse lì ad ascoltare perché l'alternativa non gli farebbe onore.

La contro replica di Pivetta.
Sono sfortunato, l'ammetto: non ho sentito o, peggio, non ho capito Iacopino. Ma Iacopino, per il quale nutro una cordiale simpatia, nonostante l'abisso che ci separa da mezzo secolo, è, a volte soltanto, più sfortunato di me: non sente o non capisce Iacopino, detto simpaticamente Iaco (o Iago: non so quale sia la versione giusta). Può capitare nel trambusto di un consiglio animato da centocinquanta soci animosi, battaglieri, inevitabilmente rumorosi (e spesso per questo richiamati al silenzio da chi governa l'assemblea).

Ricordo allora che il presidente Iacopino ha spiegato l'esclusione dalla commissione riforma di Pino Rea (della cui competenza e intelligenza mi pare di aver già detto), autore materiale della proposta presentata da Liberiamo l'informazione, adducendo il pretesto (o il motivo: dipende dalle sensibilità) dell'offesa subita per via di quel diminutivo, arrogandosi per giunta il diritto di decidere lui, anche a nome della minoranza, chi debba far parte di un gruppo di lavoro.

Aggiungo che non vi è sul tavolo proposta di riforma dell'Ordine più rispettosa del ruolo dei pubblicisti, che svolgono davvero attività giornalistica, come quella presentata appunto da Liberiamo l'informazione (al punto che si prevede la via per garantirne l'accesso all'elenco dei "professionisti"); che gli insulti sono volati da un consigliere (di maggioranza, mi pare), nei confronti di una consigliera, in particolare, e di alcuni altri consiglieri, colpevoli d'aver presentato un documento che avrebbe aperto, a partire da una vicenda specifica, una discussione sul senso e sul valore di un codice della deontologia.

A proposito del quale e della vicenda che avrebbe dovuto condurre ad un nuovo regolamento, fa per ora testo la lettera non smentita del garante, Antonello Soro, un altro evidentemente che non ha sentito o non ha capito Iacopino.

Mi permetto una piccola aggiunta: sono consigliere dell'Ordine e ne sono orgoglioso, ben consapevole però che in una situazione tanto grave (e tanto minacciosa per l'esistenza dell'Ordine) ci si dovrebbe muovere cercando il massimo della concordia e dell'unità, mettendo al bando partiti e partitini, famiglie e famigliari, considerando il ruolo del Presidente quello proprio di costruire concordia e unità (in questo senso importante sarebbe stato da parte sua e prima di altri chiamare Pino Rea nella famosa commissione riforma).

Mi permetto una seconda piccola aggiunta: non saranno i consiglieri dell'Ordine a scrivere la riforma, il compito spetta al Parlamento (ammesso che nutra qualche interesse per l'Ordine), ma il consiglio dell'Ordine ha il dovere di proporre alcune linee di riforma, intanto per responsabilità civile e poi per interesse diretto (nei limiti del possibile qualche indicazione utile dovremmo essere in grado di offrirla). La nostra storia ordinistica dimostra che l'obiettivo sarebbe a portata di mano: spetta al presidente di condurci lungo questa strada (che non mi pare poi tanto in salita).