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Giornalisti&/Giornalismi

L'Ordine, la riforma Pisicchio e il flop delle scuole di giornalismo

La nuova proposta di riforma dell'Ordine presentata da Pino Pisicchio e le riflessioni di Oreste Pivetta sull'accesso alla professione, i master e le scuole di giornalismo.

di Oreste Pivetta
lunedì 15 dicembre 2014 09:37

Una seduta del Consiglio nazionale dell'Ordine
Una seduta del Consiglio nazionale dell'Ordine

Qualcuno pensa a noi. L'onorevole Pino Pisicchio, già sottosegretario e pure giornalista professionista, non ha dimenticato la sua riforma dell'Ordine, approvata alla Camera alla fine della scorsa legislatura, e l'ha ripresentata, aggiornandola in alcuni punti e in particolare per quanto riguarda il tema della formazione professionale continua. La notizia è di un paio di settimane fa. Giornali e agenzie ne hanno riassunto i principi.

I cardini della riforma proposta da Pino Pisicchio
Cito dall'Ansa: "La laurea triennale ed un master in giornalismo come requisiti minimi per accedere all'esame di giornalista professionista; una drastica riduzione del numero dei consiglieri nazionali dell'ordine, riservando una prevalenza di posti ai professionisti; un giurì per la correttezza dell'informazione che limiti le cause in tribunale e le querele temerarie per i cronisti e un nuovo schema di formazione professionale continua".

Aggiungo, sempre dalla nota delle agenzie, l'esamino/ colloquio anche per chi vuole diventare pubblicista. Per quanto riguarda il "pletorico" Consiglio nazionale, Pisicchio faceva riferimento al numero vecchio di 130 consiglieri, che ora sono diventati più di 150: un'assurda falange, inevitabilmente lenta e costosa. La sua riduzione sarebbe sacrosanta la riduzione: a 70 (con netta prevalenza dei professionisti), come prevedeva la proposta votata alla Camera e come, in forme e misure diverse, era emerso dal decennale dibattito tra i consiglieri stessi, che, come si sa, si sono a lungo accapigliati attorno all'idea di una loro proposta di riforma (senza giungere purtroppo ad una posizione comune).

L'urgenza di riformare la legge istitutiva dell'Ordine
Non sto a dire dell'urgenza della riforma: la legge istitutiva dell'Ordine (legge Gonella) risale al 1963 e ha quindi superato i cinquanta anni di vita. Nel frattempo tutto è cambiato nella professione: lo si vede e lo si sente (anche nella sofferenza economica e culturale di chi la esercita).

I "punti fermi" dell'onorevole Pisicchio non sono nuovi, anzi sono stati largamente dibattuti. Non mi dilungo. Sono questioni note, ma ne vorrei riprendere una, per la sua importanza, ma anche alla luce di una coincidenza, perché mentre Pisicchio illustrava il suo progetto, il Comitato tecnico scientifico del Consiglio nazionale (Cts, che ha competenza in tema di scuole di giornalismo e di formazione) s'era riunito per discutere appunto di accessi e in particolare di master, in modo molto concreto, anzi concretissimo.

L'accesso alla professione e i master riconosciuti dall'Ordine
L'onorevole Pisicchio, con altri firmatari, prevede che si giunga all'esame di Stato attraverso un percorso preciso: laurea triennale, quindi laurea magistrale in giornalismo oppure scuole di giornalismo collegate ad una struttura universitaria oppure master specifici riconosciuti dall'Ordine... Quei master cioè che l'Ordine tiene sotto osservazione, dopo averne cancellati una decina, per mancanza di requisiti "didattici": dalle sedi agli strumenti di lavoro, dalla congruità dei piani di studio alla professionalità dei docenti. e altro ancora.

Di questo si discuteva e in particolare di una intensificazione della vigilanza, alla luce di esiti non proprio felici conseguiti dai licenziati alla prova dell'esame di Stato. Troppi bocciati e quindi, per rapida deduzione, possibile o probabile inadeguatezza di alcuni master, tra quelli superstiti. anche tra quelli più prestigiosi.

Verifiche più severe sulle scuole di giornalismo, Cts da rivedere.
La conseguenza si è avvertita in un dubbio angoscioso circolante tra i componenti vigilanti del Cts: siamo stati davvero in grado di vigilare sui master? Siamo stati in grado di giudicare con fermezza, con rigore, con severità, come prescrivono i nostri regolamenti?

Conseguenza, ancora, il doveroso richiamo del presidente dell'Ordine, Iacopino: più controlli, verifiche a sorpresa (generalmente le verifiche sono annunciate e programmate), bocciature (cioè negato rinnovo dei riconoscimenti dell'Ordine) senza rispetto alcuno per l'eventuale prestigio della scuola (sotto tiro sono tutti i master, dalla Statale di Milano a Fiuggi della Rai). Sacrosanto invito (perentorio per giunta).

Conseguenza, ancora, alcuni aggiustamenti organizzativi (che francamente non comprendo e che non mettono mano alla "sostanza" del Cts, altro organismo pletorico che andrebbe ridimensionato per funzionare meglio e con maggior puntualità. Ma si sa che l'Ordine non bada molto ai numeri).

Allievi, docenti, esaminatori e commissioni d'esame: cosa non va
Il presidente Iacopino ha ovviamente ragione. Si potrebbe solo debolmente obiettare che anche nelle scuole migliori ci sono allievi che hanno superato alcuni test e che in altri si sono mostrati autentici zucconi (pare che dagli scritti di esame emerga un assai contrastato rapporto con la lingua italiana). Si potrebbe pure obiettare che forse qualcosa non va tra gli esaminatori (non sono mancate recenti aspre polemiche e successive dimissioni), che forse le commissioni d'esame sono un po' vecchiotte, un poco disorientate di fronte alle novità dei tempi. Ma qui tornerei a Pisicchio, alla sua proposta di riforma e alle tre vie di accesso all'esame di Stato.

Con la laurea magistrale obbligatoria master e scuole di giornalismo al capolinea
La semplicità non soccorre i nostri legislatori: se si immagina "una laurea magistrale che conduca all'esame professionale", non si capisce perché tenere in piedi master riconosciuti dall'Ordine e scuole di giornalismo collegate a una struttura universitaria. Non se ne capisce la ragione, se non per una proroga limitata, dal momento che i master, nati nella speranza di poter compensare così la scomparsa del tradizionale praticantato, hanno varie volte mostrato la loro fragilità formativa e risultano spesso solo un serbatoio di illusioni (l'illusione, in primo luogo, che superato il fatidico esame e conquistato il tesserino rosso piova istantaneamente dal cielo un posto di lavoro), costosi peraltro come ogni master, oggetti dei più svariati appetiti e dei più ondivaghi giudizi.

Ma l'eutanasia dei master non basta: ripensare l'esame di Stato
E' vero che ad ogni verifica (applicando i criteri di votazioni previsti dal regolamento, campo di gioco però per interminabili discussioni: basti ricordare quella sulla opportunità o meno di comunicare agli allievi, chiamati ad esprimere con il voto il loro giudizio sulla scuola, che il 6, il sei, non vale la sufficienza) potrebbe cadere una testa e si potrebbe giungere ad una progressiva e silente cancellazione d'ufficio e tutta interna all'Ordine. E' vero anche che alcuni master sopravvivono praticamente in assenza di allievi (è un paradosso ovviamente, per dire che in alcune situazioni si rischia di non raggiungere neppure il numero minimo di partecipanti alla selezione per l'ammissione e allora i partecipanti si "inventano"). Ma l'eutanasia non è il segno di una bella strategia. Ci pensi l'onorevole Pisicchio, che può farlo, offrendo un segnale di forte rinnovamento, un rinnovamento che dovrebbe aprire un altro fronte, trascurato, direi ignorato, finora, un problema che proprio l'Ordine dovrebbe porsi: quello degli esami di Stato. Come si svolgono, come si scelgono le commissioni, quali titoli si richiedono, quanta trasparenza: una riflessione non sarebbe inutile, mentre troppo spesso si corre via.