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Giornalisti&/Giornalismi

L'Ordine nel caos, la riforma può attendere

Le elezioni tra un anno ma c'è già un candidato presidente: riforma e problemi possono attendere. L'affresco semiserio di Oreste Pivetta sull'Ordine dei giornalisti.

ORESTE PIVETTA
lunedì 30 marzo 2015 15:05

Carlo Verna, giornalista Rai, ha annunciato la sua candidatura a presidente dell'Ordine
Carlo Verna, giornalista Rai, ha annunciato la sua candidatura a presidente dell'Ordine

Le dimissioni di Carlo Verna e la sua contemporanea candidatura alla presidenza dell'Ordine nazionale dei giornalisti hanno virtualmente aperto la campagna in vista delle elezioni per il rinnovo l'anno prossimo del Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti, in arte Cnog. Non sembri una esagerazione: Carlo Verna non è un consigliere qualunque, non solo perché è stato fino a pochi mesi fa presidente dell'Usigrai, il potente sindacato Rai, ma anche perché si sa della sua capacità di raccogliere, accogliere, accompagnare, mediare, nello stile Primissima Repubblica. Il suo discorso d'addio, nella mesta solennità d'ogni passo d'addio, pareva calato dall'alto del Quirinale piuttosto che dalla tribuna o tribunetta dell'hotel Massimo D'Azeglio, distante comunque poche centinaia di metri in linea d'aria dalla residenza presidenziale.

Al fronte con Enzo Iacopino o nel confessionale con Carlo Verna?
Alla maniera di sempre, si sono intrecciate le scontate domande circa le possibili alleanze che Verna andrà di qui ad un anno costruendo per guadagnare la presidenza, cercando di cogliere in aula e in anticamera i primi segnali. Allo stesso tempo si sono moltiplicati gli interrogativi circa il destino di Enzo Iacopino, l'ottimo presidente in carica, al secondo mandato, che da tempo aveva promesso "mai più" e che alcuni danno già in partenza, destinazione Inpgi. Saltasse il trasferimento, Iacopino sarebbe di nuovo in pista contro un avversario tendenzialmente fotocopia, ma dal carattere assai meno spigoloso, assai più seducente: se con Iacopino pare sempre di stare al fronte e per di più accerchiati, con Verna ci si potrebbe sentire sulla soglia del confessionale e della grazia.

Caccia al voto dei pubblicisti: così la riforma va in cavalleria
Il problema è che chiunque sia il candidato, chiunque sia il vincitore, ci si ritroverà al punto di partenza di una riforma che non arriva, di un Consiglio nazionale pletorico paralizzato dall'oratoria degli azzeccagarbugli e dai calcoli di piccoli poteri. Un esempio: il modo con cui è stata accolta l'iniziativa di alcuni Ordini regionali di revisione degli elenchi professionali, come indica la legge, per cancellare quanti non sono in grado di dimostrare neppure un pallido rapporto con la professione. Nell'ultimo Consiglio si sono presi in esame i ricorsi di alcuni pubblicisti e l'idea di condividere la scelta dei regionali e della stessa commissione nazionale competente e unanime ha sconvolto alcuni consiglieri pronti a valutare annunci pubblicitari su mensili di settore alla stregua di elzeviri, reportage dal fronte libico, editoriali sulle riforme costituzionali. In punta di diritto, seppure ad onta dell'evidenza, del buonsenso e persino della lingua italiana. Senza remore di fronte alla legge, che invece alla voce delle verifiche è chiara. Ma, in vista delle elezioni, occorre andare cauti: perché mettere alla porta un possibile elettore? perché rinunciare ad un possibile e grato alleato?

Ma sull'Ordine il Parlamento e il sindacato latitano
Altro esempio: la riforma. Di testi ve ne sono: uno votato a maggioranza dal Consiglio (Verna tra gli estensori), un altro votato a minoranza assai cospicua dal medesimo Consiglio, un altro ancora depositato in parlamento dall'onorevole Pisicchio, recidivo in questa sua generosa ostinazione a voler riformare l'Ordine (ci aveva già provato nella precedente legislatura), un testo che non farà la rivoluzione, ma che rimette a posto qualcosa, chiarendo quali siano le vie d'accesso alla professione e soprattutto ridisegnando la composizione del Consiglio, ridotto della metà (ristabilendo il rapporto 2:1 tra professionisti e pubblicisti: ma per questo la proposta di legge rimanda ad un regolamento attuativo).

La riforma Pisicchio giace però e continuerà a giacere, se il premier Renzi nella sua mobilitazione riformista, tra jobs act e Senato, non s'accorgerà d'averne una già pronta, imperfetta ma utile a rimpinguare il bottino. Peccato che dal Consiglio stesso non gli giungano stimoli, che anche la Fnsi su questa trincea taccia, dopo aver annunciato un proprio testo e dopo che il nuovo segretario in sede congressuale aveva con tono solenne promesso battaglia del sindacato per la riforma dell'Ordine (quanto bisognerà attendere perché l'Ordine ponga tra i suoi obiettivi la riforma del sindacato?).

La formazione e quelli che sono nati "imparati"
Mancato un traguardo, per oggettive amnesie parlamentari (a quale, tra le forze politiche, interessa la riforma dell'Ordine?), è rimasto in piedi un altro obiettivo, in questo caso, raggiunto. Parliamo di una novità pressoché assoluta per i giornalisti, parliamo di formazione e aggiornamento, obbligo di legge per tutti gli ordini professionali, poco gradito dai giornalisti, che pensano che "signori si nasce" (". e io modestamente lo nacqui"). Tra le mille difficoltà che incontra chi è alle prime armi, il sistema si è messo in moto, giungendo dopo un anno di pratica a sommare un bilancio positivo, con ovvie e banali incertezze, con un limite di qualità culturale grosso come una casa, con proposte copia-incolla da azienda di soggiorno, con le solite furbizie elettoralistiche (gli eventi formativi vissuti come passerelle per conquistare qualche voto in più in cambio di qualche credito in più).

S'aggiusterà il sistema? Intanto vi sono proposte on-line accessibili e soprattutto al di sopra d'ogni sospetto. I corsi dedicati alla deontologia e molti altri sono gratuiti (salvo qualche diritto di segreteria), sventando qualsiasi corsa all'affare. Altro verrà dal giudizio (anche dalle critiche e sulle proteste) di chi la formazione la frequenta.

La tv del dolore e la deontologia perduta
Nel quadro cultura/ formazione si dovrebbe considerare anche la ricerca commissionata dal Consiglio dell'Ordine all'Osservatorio di Pavia e presentato la settimana scorsa. Titolo: "La tv del dolore". Lo scopo: analizzare e mettere a confronto le trasmissioni delle principali reti televisive che in questi ultimi anni ci hanno inondato di delitti, sangue, cadaveri, misteri, vittime, parenti delle vittime, efferatezze di ogni tipo e lacrime. Ricerca interessante intanto per la rappresentazione/catalogazione dei linguaggi messi in atto per catturare il telespettatore, con una scientificità d'approccio che mette a nudo modalità di intrattenimento non sempre immediatamente percepibili, e poi per la documentazione circa la fortuna del "genere".

L'Osservatorio di Pavia ci ha ricondotto a quel capitolo, il rispetto della deontologia, che rappresenta una delle prime ragion d'essere dell'Ordine. Ovviamente si vorrebbe che non finisse tutto in una bella giornata di studio e in un fascicolo di dati e commenti, ma che da lì si prendesse spunto per un monitoraggio costante e per una battaglia culturale di denuncia senza timidezze, anche nei confronti dei poteri forti radiotelevisivi. Le sanzioni sono previste e spetterebbe al Consiglio di disciplina, della cui esistenza si percepiscono scarse tracce. Ma in questo caso la responsabilità non è del Consiglio nazionale dell'Ordine, privato di tale impegno (e del clamore conseguente) da un'idea del ministro Severino.