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Riforma Inpgi, cosa cambia sulle pensioni dopo il "ni" del governo

Il Governo approva solo alcune misure e rinvia le altre all'Inpgi chiedendo più sacrifici su età pensionabile e anzianità. Ecco cosa cambierà. Le diverse valutazioni.

Cla.Vi.
giovedì 4 febbraio 2016 16:58

Assemblea in redazione
Assemblea in redazione

I ministeri vigilanti dell'Inpgi hanno approvato, ma soltanto in parte, la riforma varata l'estate scorsa dal cda del nostro istituto di previdenza. Su alcuni punti, a cominciare dall'età pensionabile, hanno invece rinviato la riforma all'Inpgi con la richiesta di maggiori approfondimenti, in senso più restrittivo.

Inpgi soddisfatta: promossi al 75%
"Con l'approvazione ministeriale - precisa l'Inpgi in una nota - troveranno da subito attuazione gli effetti finanziari della riforma in misura corrispondente al 75% del totale atteso". Una percentuale di realizzazione che non si capisce bene cosa sia e che andrebbe analizzata meglio, ma che - a spanna - dovrebbe significare che a fronte dei 60 milioni di euro che l'Inpgi contava di recuperare con la riforma, con il via libera parziale dei ministeri ne recupererebbe 45 (il 75%, per l'appunto), a fronte di uno squilibrio dei conti che nel 2015 ha superato, com'è noto, i 100 milioni di euro.

Le misure approvate dai Ministeri
"Nello specifico, al termine dell'esame della delibera - continua l'Inpgi - i Ministeri vigilanti hanno comunicato all'istituto l'avvenuta approvazione e immediata esecutività dei seguenti interventi:

l'incremento - a decorrere dal 1° gennaio 2016 - delle aliquote contributive Ivs, che passano da 8,69% a 9,19% della retribuzione imponibile per la quota a carico dei giornalisti dipendenti e da 22,28% a 23,81% della retribuzione imponibile per la quota a carico dei datori di lavoro;

l'incremento a regime - con decorrenza dal 1° gennaio 2017 - dell'aliquota dell'1% a carico dei datori di lavoro destinata al sostegno della Cigs, già istituita dall'Inpgi nel 2009 con apposita delibera;

l'individuazione della retribuzione pensionabile, per le anzianità contributive maturate a decorrere dal 1° gennaio 2016, in base alla nuova quota "E", secondo alla quale le retribuzioni in essere vengono rivalutate al solo indice di variazione dei prezzi al consumo rilevati annualmente dall'Istat (senza la maggiorazione dell'1% prevista dalla riforma Amato del 1992);

l'applicazione - a decorrere dal 1° gennaio 2016 - dei nuovi coefficienti di rendimento della pensione: il 2,30% invece del 2,60% per le anzianità contributive acquisite a partire dall'anno in corso, mentre ai periodi contributivi pregressi continuerà ad essere applicato il coefficiente di rendimento del 2,30".

Il coefficiente di rendimento al 2,30%
Una misura, quest'ultima, che pur peggiorativa rispetto a oggi (rivalutazione del 2,66%) è molto migliore di quella che avrebbe voluto il Governo (che puntava al 2%, come per l'Inps). L'ok dei Ministeri al rendimento del 2,30% servirà soprattutto ai colleghi più giovani, ovvero ai pensionati del futuro, che avranno comunque assegni superiori almeno del 30% rispetto a quelli pagati dall'Inps, a parità di versamenti.

L'Inpgi: impatto positivo da 45 milioni l'anno"
Per l'effetto combinato dell'incremento del gettito sul fronte delle entrate contributive e dei risparmi conseguenti alla riduzione della spesa pensionistica - spiegano dagli uffici di via Nizza - l'impatto economico sui conti dell'ente è valutabile, a regime, in circa 45 milioni di euro annui di saldo positivo, a fronte di un volume complessivo, riferito a tutti gli interventi elaborati dal Cda dell'istituto, stimato in circa 60 milioni annui".

Il Governo vuole maggiori sacrifici dai giornalisti
Le altre misure della riforma, come chiarisce invece la Fnsi nel suo sito, sono state rinviate all'Inpgi dai ministeri affinché l'Istituto sviluppi in tempi brevi ulteriori riflessioni e approfondimenti "in funzione di una maggiore incisività dei loro effetti, anche in considerazione dei requisiti decisamente più stringenti in vigore per il sistema pubblico per l'accesso ai trattamenti pensionistici e per le relative modalità di calcolo".

Significa, in parole più semplici, che l'innalzamento progressivo dell'età pensionabile dei giornalisti a 66 anni ancora non basta al Governo, che vuole anche la ridefinizione dei requisiti per l'accesso alle pensioni di anzianità e modalità di calcolo più restrittive sia per gli assegni pensionistici sia per la disoccupazione.

Una posizione contraddittoria dal momento che, da un lato, il Governo va promettendo da tempo una "controriforma Fornero" (meglio sarebbe dire, Sacconi-Formero)per permettere minori penalizzazioni e maggiore flessibilità ai pensionandi Inps e, dall'altro, chiede ai giornalisti maggiori sacrifici e di adegursi di più alle riforme Sacconi-Fornero.

Le valutazioni opposte di maggioranza e minoranza
Per la componente di maggioranza, "L'Inpgi siamo noi", il "sostanziale via libera dei ministeri dell'Economia e del Lavoro alla manovra messa a punto dall'Inpgi è un successo indiscutibile". "La riforma - scrive - è un atto coraggioso e responsabile e il beneficio che ne ricaverà il sistema previdenziale autonomo dei giornalisti sarà immediato. Il Consiglio di Amministrazione uscente, pur richiedendo sacrifici non irrilevanti alle colleghe e ai colleghi, ha difeso nella sostanza il sistema vigente salvaguardandone l'impianto e difendendo prestazioni che resteranno comunque più vantaggiose di quelle offerte dall'Inps".

Per l'opposizione di "Inpgi futuro", invece, "c'è veramente poco da fare trionfalisti, in quanto le regole pensionistiche andranno in buona parte riscritte dal prossimo Cda ed è bene avvertire i giornalisti che le misure necessarie saranno più dolorose di quelle previste nella prima stesura".