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Giornalisti&/Giornalismi

Ecco perché è necessaria e urgente la riforma dell'Ordine dei giornalisti

Non è come la Bella Cecilia che tutti la vogliono e nessuno la piglia. La riforma dell'Ordine tutti sembrano volerla ma quando si profila c'è chi rema contro e difende lo status quo.

di Oreste Pivetta*
mercoledì 2 marzo 2016 15:31

Oreste Pivetta
Oreste Pivetta

A chi capita di entrare nel sito dell'Ordine dei giornalisti (www.odg.it), non sarà sfuggito nella colonnina di destra un richiamo assai vistoso: al centro un numero, che di giorno in giorno s'accresce di una unità. Ieri si poteva leggere: "Riforma Cnog. Una legge vecchia di 19.358 giorni". 19.358 giorni fanno più o meno 53 anni. Più di mezzo secolo: la legge Gonella che istituì l'Ordine fu varata appunto nel 1963.

I sassolini e i macigni seminati sulla strada della riforma.
La rivendicazione di una riforma, di fronte a questi numeri, è sacrosanta (e peraltro solennemente declamata da tutti, a cominciare dai centocinquanta consiglieri nazionali, il presidente Iacopino in testa). Peccato che appena si profila all'orizzonte la possibilità di una riforma, cioè di una legge che intanto riduca il numero esorbitante dei consiglieri e che deleghi al governo ulteriori cambiamenti a proposito di formazione, di scuole, di deontologia, di accessi, compaiano qui e là proclami, che abbattono sull'eventuale riforma macigni o sassolini per bloccarne il cammino.

L'ultima sassata dal Comitato esecutivo Cnog
Chi entrerà oggi o domani nel sito dell'Ordine dei giornalisti, in apertura e poco sopra la tabellina che scandisce gli innumerevoli giorni di una "legge vecchia", potrà ad esempio documentarsi a proposito delle "preoccupazioni del comitato esecutivo del Cnog" (nove componenti, compreso il presidente), titolo moderatamente inquietante di un documento votato a maggioranza (contrario il consigliere e tesoriere Marini), che prende a sassate la riforma, definita comunque ovviamente "urgente".

Attenzione: il pronunciamento politico è del comitato esecutivo e solo del comitato esecutivo, non del consiglio che avrebbe ben diritto di manifestare la propria opinione, magari diversa, in un momento tanto importante. Gli argomenti per contrastare le norme che riguardano l'Ordine e che stanno nella proposta di legge sull'editoria si sono già letti e ascoltati molte volte e riassumono obiezioni già espresse altrove (vedi il documento dei diciassette vicepresidenti regionali, nella stessa pagina del sito, mentre non si legge quello di otto presidenti regionali a sostegno della proposta di legge).

Le sconcertanti argomentazioni di Iacopino e soci
Gli argomenti contro, dunque: troppo pochi i consiglieri previsti (trentasei), impossibile con trentasei consiglieri garantire la rappresentanza regionale, mortificato il ruolo dei pubblicisti, che verrebbero discriminati e perseguitati, vessatoria per gli stessi pubblicisti la richiesta per l'elezione in consiglio di una posizione previdenziale che attesti l'attività svolta, impedito "il funzionamento dell'Ordine che non potrebbe più onorare tutti gli adempimenti previsti dalle leggi".

Fulminante la conclusione, nelle ultime tre righe: "Quel che occorre è una riforma organica e non uno spot per assecondare i disegni di chi si illude di impadronirsi dell'Ordine per mettere anche questo organismo al servizio degli editori, come è stato già fatto in altre sedi vanificando ogni istanza sindacale". Impadronirsi dell'Ordine? Al servizio degli editori? Vanificando ogni istanza sindacale? Sconcerta leggere proposizioni di questo genere, segno di un personale conflitto, in un momento tanto importante per la categoria, soprattutto da parte di chi in consiglio è insediato da anni ed anni.

Dicono di voler cambiare tutto per non cambiare niente
Soprattutto colpisce, mentre di giorno in giorno si ricorda quanto sia vecchia la legge istitutiva dell'Ordine, riproporre modelli che a quella legge si richiamano, come se non fosse cambiato nulla nel sistema della informazione e della comunicazione, come se non si vivesse una crisi (anche di trasformazione) pesantissima, come se un mondo intero non fosse sull'orlo del baratro: colpisce che si insista sulla distinzione professionisti-pubblicisti, utilizzandola in funzione di una conflittualità che non dovrebbe esistere (quante volte s'è dovuto sentir bestemmiare di "manovre per cancellare i pubblicisti"), di regioni contro regioni (nell'era della globalizzazione sembra di tornare alle repubbliche marinare o al paese preunitario, Molise contro Lombardia, Lazio contro Valle d'Aosta, a una cultura della rappresentanza in chiave campanilista), di confronti/scontri con altri organismi (sindacato piuttosto che Casagit, rancori piuttosto che unità e solidarietà) per giustificare l'esuberanza del proprio consiglio (i centoquarantaquattro più i dodici del consiglio di disciplina), senza valutarne la diversa natura (sono tutti elefantiaci e magari meno costosi, ma da qualcuno si dovrà pur cominciare)... per quanto possano valere i confronti: il Consiglio nazionale forense, in rappresentanza di 247mila avvocati, è composto da trentatré persone.

Invece di guardare a com'è cambiata e cambierà la professione, difendono i loro posti in Consiglio
Nel momento in cui si apre la strada di un riforma, il consiglio (non certo l'esecutivo) dovrebbe mostrare la forza e l'intelligenza per anticipare il futuro, per immaginare che cosa sarà domani la professione del giornalista e quindi per configurarne i valori e le responsabilità (insieme con le regole): la legge che verrà disegnerà la professione nei prossimi decenni, d'accordo o meno che sia l'esecutivo del Cnog. Invece sembra che sotto il fuocherello della retorica e della demagogia, covi la cenere stantia dei posti da salvare: centocinquanta, meglio qualcuno di più, magari... Posti che all'apparenza contano ben poco, ma che evidentemente qualcuno sa usare secondo il buon costume italiano dei clan, delle correnti, del "familismo amorale" di cui scrivono gli storici. L'Ordine non è un mondo a sé. Tanta miope attenzione alle rappresentanze regionali qualche significato avrà pure.

*a nome di Liberiamo l'informazione