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Indiscreto

Caprarica fa la vittima: me ne vado dalla Rai

L'ex corrispondente da Londra punta il dito: l'azienda mi perseguita. A viale Mazzini, in realtà, sotto accusa erano le sue spese.

Desk2
mercoledì 18 dicembre 2013 14:45

Antonio Caprarica, storico corrispondente Rai da Londra, per 15 anni immagine della capitale britannica per larga parte del pubblico televisivo, sbatte la porta e lascia l'azienda. Il motivo? A suo dire ci sarebbero stati, da parte dei dirigenti di viale Mazzini, «crescenti pressioni esercitate dai vertici aziendali con metodi inammissibili e offensivi». Il giornalista ha già annunciato azioni giudiziarie nei confronti dell'azienda invocando il licenziamento per "giusta causa". Diversa è la versione dei dirigenti Rai.

"Non avrei mai immaginato - ha detto il giornalista - di lasciare in questo modo l'azienda della mia vita, dopo oltre un quarto di secolo di servizio onorevole e immacolato in ogni angolo di mondo. Troncare questo rapporto con effetto da oggi, come ho appena comunicato alla direzione del personale, è per me l'unica possibilità di immediata reazione alle crescenti pressioni esercitate dai vertici aziendali con metodi inammissibili e offensivi".

Nel mirino della Rai sarebbero finiti i conti dell'ufficio di corrispondenza londinese da anni guidato da Caprarica. I costi che comportava la gestione degli uffici Rai nella capitale britannica all'azienda erano ormai diventati eccessivi, riferiscono voci di corridoio aziendali. Ultimamente, infatti, gli era stato revocato anche il potere di firmare i conti e le autorizzazioni di spesa. Una gestione dei fondi considerata troppo poco rigorosa da viale Mazzini. Lo scorso ottobre la Rai, attraverso la struttura ispettiva interna, gli aveva contestato presunte imprecisioni amministrative nella sede londinese, dove, oltre a Caprarica e Stefano Tura, lavorano una producer (l'unica con contratto fisso) e sette montatori, cameramen e tecnici free lance.

Caprarica ha aggiunto di aver "respinto finora gli attacchi rivoltimi, dimostrandone l'infondatezza, ma né la mia salute né la mia dignità mi consentono di rimanere ulteriormente in Rai. Purtroppo, la mia vicenda illustra drammaticamente l'assenza di qualsiasi organo aziendale di garanzia per i lavoratori, giacché il consiglio d'amministrazione - da me informato su ogni passaggio della persecuzione - ha preferito voltarsi dall'altra parte piuttosto che chiedere spiegazioni al direttore generale. Con buona pace per il codice etico della Rai".

Il giornalista ha concluso il comunicato sottolineando: "non mi resta, con profonda amarezza, che sbattere la porta e andare dritto nelle aule dei tribunali, chiedendo ai giudici la tutela dei miei diritti e della mia onorabilità contro il vertice Rai, che dev'essere ricondotto al rispetto delle regole. Bisognerà battersi per assicurare, in questa situazione, un futuro al servizio pubblico, e io continuerò a farlo da cittadino e da giornalista".